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NeuroplasticitÀ: apprendimento e cervello

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NeuroplasticitÀ: apprendimento e cervello

apprendimento e cervello | indovinelli dal web

Cambiare, modificarsi in base ad esperienze, azioni ed ambiente, riorganizzarsi formando nuove connessioni: una delle caratteristiche principali del nostro cervello è proprio la neuroplasticità.

In modo particolare si evidenziano almeno tre momenti chiave in cui tale proprietà emerge:

  • all’inizio della vita quando il cervello ancora immaturo inizia ad organizzarsi;
  • in caso di lesioni celebrali al fine di compensare eventuali funzionalità perdute;
  • durante l’età adulta ogni qualvolta si apprende e si memorizza qualcosa di nuovo.

Per molti secoli studiosi e scienziati hanno sostenuto che il cervello avesse una struttura immutabile: circuiti e connessioni che non potevano in alcun modo essere modificati dalla nascita, ma che comunque erano destinati ad andare incontro ad un declino fisiologico dovuto all’invecchiamento.
È stato lo scienziato Eric Kandel a sovvertire questa teoria, dimostrando come l’apprendimento può, invece, modificare la struttura neurale stessa.

Kandel ricavò queste conclusione studiando il cervello di una lumaca di mare: essa, adeguatamente istruita, mostrò di aver imparato, in caso di particolari stimolazioni, a proteggere la propria branchia. Partendo da tali dati, i neuroscienziati hanno così dimostrato come lo stimolo ripetuto può attivare uno specifico gene che porta alla crescita di nuove connessioni tra neuroni sensoriali e motori

Neuroplasticità: come il cervello si modifica con l’apprendimento

La scoperta di Kandel ha, senza dubbio, rappresentato una svolta importante nel campo della neuroscienza, aprendo la strada a numerosi studi sull’apprendimento e sulla capacità di quest’ultimo di giocare un ruolo attivo nella modifica stessa della struttura celebrale.
Studi successivi, infatti, condotti, ad esempio, su un campione di tassisti di Londra e di violinisti hanno mostrato come la funzione specifica di memorizzare la mappa della città, nel primo caso, e del movimento fine delle mani, nel secondo caso, fossero correlati alla presenza di un neurone specifico non presente in altri soggetti che non rispondevano alle caratteristiche del campione.

Ogni attività che compiano contribuisce così alla modifica della nostra struttura celebrale, tanto più se si tratta di un’attività “ripetitiva”.

NEUROPLASTICITÀ: ne esiste solo un tipo?

Modificare la propria struttura ed il proprio funzionamento in base all’ambiente ed alle esperienze: come è facilmente immaginabile non esiste un solo livello o tipo di plasticità, ma ne esistono diversi tipologie.
Esaminiamo le principali:

  • neurogenesi: essa prevale durante lo sviluppo e comprende la formazione dei neuroni, delle loro terminazioni e delle connessioni sinaptiche;
  • plasticità dipendente dall’esperienza: si tratta della tipologia che influisce soprattutto sui cambiamenti delle connessioni tra neuroni, grazie all’apprendimento e alla memoria;
  • plasticità reattiva: è la tipologia di neuroplasticità che entra in gioco a seguito di un danno ai tessuti celebrali, quando i neuroni si riorganizzano per compensare la funzione perduta;
  • plasticità patologica: si ha quando ci sono degli stimoli lesivi o quando sono assenti quei fattori che promuovono la plasticità stessa.

Un cervello in continua mutazione, crescita, a lungo: studi mostrano come la neuroplasticità, di fatto, non conosca fine e come il nostro cervello continui a modificarsi durante tutta la nostra esistenza.

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